Quando si tocca il fondo c’è il rischio d’innamorarsi degli abissi…così riportava un quotidiano nazionale alcuni mesi orsono e di questi tempi, notizie buone e rassicuranti, sembrano essere effettivamente merce rara. Eppure a ben guardare, tali appaiono, le conquiste recentemente ottenute dalla scienza, in particolare quelle nella genetica. Scoperte che, se ben utilizzate potrebbero offrirci una qualità di vita migliore ed interessanti ed inaspettate opportunità nel mondo del lavoro.

Un domani targato bio-tech che potrebbe sembrare ai più lontano dal realizzarsi e che invece in molte parti del mondo, Italia compresa, è già una bella realtà. Insieme analizzeremo alcune di queste realtà, con semplicità e senza la presunzione di voler essere esaustivi di tematiche che seppur affascinanti sono enormemente complesse, per contenuti scientifici e per implicazioni di carattere etico. Entreremo quindi per qualche attimo, in una camera con vista sul mondo bio-tech che verrà, dove incontreremo il grande contributo italiano, dato al settore.

Era il 1992 quando il genetista Claudio Bordignon e il suo staff utilizzarono, primi al mondo, le cellule staminali del sangue. Un risultato che permise nel tempo la progettazione della terapia genetica rendendo possibile la cura di rare patologie.

E fu un altro genetista italiano, Luigi Naldini a disarmare il virus dell’Aids, offrendo al settore della ricerca nuovi strumenti, per le cure geniche del cancro. Bello ricordare un’altra storia di successo con il riconoscimento del Nobel per la medicina a Mario Capecchi, nel 2007. Riconoscimenti e scoperte importanti, ahimè un pochino dimenticate o sconosciute che potrebbero apparire come casuali, in realtà solo le naturali avanguardie di un importante patrimonio scientifico propaggini di un sapere tutto italiano fatto non solo di pura ed accademica conoscenza ma di brillanti intuizioni.

Non siamo altrettanto bravi a trasformare il nostro pensiero scientifico in business, in aziende bio-tech dove attrarre nuovi capitali e nuove professionalità a differenza di altri paesi dove il bio-tech cresce con percentuali a due cifre, mentre da noi è ancora in embrione.

Eppur si muove…esclamava un altro scienziato di quei tempi e per quanto riguarda il pianeta bio-tech qualcosa si muove anche oggi in Italia.

Workshop, premi e marketplace dove diverse università stanno cercando di favorire iniziative d’incontro tra giovani imprenditori e potenziali investitori dando vita a nuove start up.

Attualmente nella stragrande maggioranza dei casi, come riportato da una recente rapporto Assobiotec-Enea, il bio-tech italiano è costituito da imprese dalle dimensioni molto piccole, ma che per un’alta intensità di ricerca, porterà il fatturato del settore a superare i 9,4 miliardi di euro, prevedendo un + 12,8% per il 2017 ed un + 18,9% per l’anno successivo!

Attualmente gli addetti superano le 9200 unità, con una capacità attrattiva degli investimenti in ricerca e/o sviluppo pari a 1,8 mld di euro.

Nonostante i numeri e le prospettive il mondo bio-tech all’opinione pubblica appare oscuro, occorre promuovere un cambio culturale profondo per consentire ai cittadini del terzo millennio di effettuare valutazioni e scelte consapevoli sulle nuove prodotte dal bio-boom.

Sapersi orientare all’interno di quello che nel futuro ormai prossimo “dischiuderà” il mondo bios, potrà permetterci o meno di cogliere delle opportunità, ed essendo la nostra una associazione di orientamento, intendiamo assolvere lealmente a tale compito, indipendentemente dai nostri convincimenti etici, per offrire ai nostri associati e non, il nostro “nano” contributo.

Abbiamo già anticipato come le varie multinazionali stiano acquisendo e finanziando startup per fare ricerca ed innovazione. Di seguito vi proponiamo progetti e/o studi anche internazionali di “open innovation” presenti o di prossima attuazione all’interno di cliniche, laboratori universitari e Irccs.

Nell’ateneo di Tor Vergata, la seconda Università di Roma, è stato lanciato un progetto nazionale che, coinvolgendo studenti ed aziende, cerca di sostenere le imprese attraverso azioni di ricerca innovazione e sviluppo, apprendo loro i propri dipartimenti. Una tra questi la cinese Bgi, la più grande azienda al mondo di genomica, che ha investito 5 milioni di euro e che detiene da sola il 35% del mercato. Un’azienda che attraverso l’utilizzo di biotecnologie vende kit per la diagnosi, il sequenzionamento del Dna, test prenatali per scoprire patologie nei feti nelle donne in gravidanza.

Afferma il Rettore “…abbiamo anche un corso di laurea in bioinformatica, il futuro dei nostri laureati. La gestione dei big data in biologia e la capacità di lettura di una eventuale mutazione del genoma all’interno dei tre miliardi di lettere che compongono il codice del Dna, buona o cattiva che sia, può essere letta e studiata solo da uno specialista: il bioinformatico…Esiste un grande futuro nella gestione dei big data in biologia ed occorrono molti esperti…”

Del resto, il conoscere le sequenze genetiche permetterà la prevenzione e la eventuale cura di malattie e sindromi gravi facendo sempre più affermare test non invasivi che riguardano principalmente diagnosi e screening prenatale.

E parafrasando una mitologica citazione: se Tor Vergata ride (al futuro), il Politecnico di Milano certamente non piange…

Il dipartimento di Ingegneria civile e ambientale del Mit ed il dipartimento di Meccanica del Politecnico milanese in collaborazione con un team d’ingegneri del Massachuttes Institute of Tecnology di Boston sta svolgendo un complesso lavoro di ricerca, prendendo come modello le ossa che compongono la struttura del corpo umano.

In natura, affermano i ricercatori, la natura mescolando diversamente collagene e idrossiapatite e le tecniche di assemblaggio, realizza materiali atti a svolgere funzioni uniche e diversificate.

Attraverso la sperimentazione di polimeri puri e la stampa 3D i ricercatori hanno cominciato a produrre nuovi materiali composti che imitando le straordinarie proprietà meccaniche nonché di resistenza e tenacità delle ossa, potrebbero portare tra non molto, ad un radicale cambio di paradigma nel campo della scienza dei materiali a uso industriale. Per quali scopi?

Tra le possibili applicazioni future: un maggior risparmio sui costi e una maggiore sicurezza in ambiti dove il cedimento improvviso è molto comune come nel caso dei gasdotti, delle vasche di contenimento delle centrali nucleari e di componenti protesici che presentano particolari criticità.

Un importante gruppo invece, attento a soluzioni innovative di supporto al paziente, attraverso una sua divisione specializzata nel trattamento di malattie rare, sclerosi multipla ed onco-immunologia, per mezzo di un mirato progetto internazionale ha chiesto l’idea giusta, al di fuori della propria azienda a startupper e ricercatori, per migliorare la vita ai malati di sclerosi multipla ed ai loro familiari: budget stanziato 100mila euro.

In tema di innovazione diagnostica è già possibile attraverso l’iniezione di un prodotto a base di zucchero, di cui le cellule tumorali sono avide, e in pochi minuti la mappatura precisa delle zone cancerose, consentendo così una terapia mirata, dalla chirurgia alla scelta dei farmaci.

Ognuno di noi possiede un proprio profilo genetico composto da 29mila geni che si esprimono in un modo diverso. In base al proprio profilo ciascun individuo può risultare più o meno sensibile a determinate cure, siamo di fronte ad un cambio di paradigma: i farmaci da utilizzare non verranno più scelti in base all’organo colpito, ma in base al profilo genetico del malato ed alla sua minore o maggiore sensibilità alle sostanze.

E chi di noi non ricorda, con un po’ di nostalgia quel film “Viaggio allucinante”: era il 1966. Nella trama si racconta dello sviluppo in contemporanea degli Stati Uniti e dell’Unione di una tecnologia che permetteva di ridurre le dimensioni di qualunque oggetto materiale a dimensioni anche microscopiche ma per una durata limitata di 60 minuti. Uno scienziato scopre come estendere illimitatamente la persistenza del processo ma rimasto vittima di un attentato a causa di un embolo cerebrale sopraggiunto, entra in coma. Si decide così di intervenire, un gruppo di scienziati entra in un sottomarino miniaturizzato delle dimensioni di una cellula e facendosi iniettare in un’arteria cercano di rimuovere l’embolo …. quello che allora sembrava inverosimile è realtà!

Grazie alla nanorobotica il sogno di creare dei nanorobot capaci di entrare nel nostro corpo per combattere le malattie si sta realizzando. I primi prototipi hanno dimostrato la loro efficacia: individuate le cellule malate, agiscono iniettando un antidoto evitandone la duplicazione. Microscopici robot, possono invece essere inseriti ti nelle zone più delicate del corpo umano come cuore o cervello, come fossero un esercito miniaturizzato di chirurghi, che operano dall’interno.

Altri robot invece, sono in grado di sanare i tessuti malati e di ricostruirli con nuovi materiali.

Fondamentale ed integrativa allora per quanto attiene la ricostruzione dei tessuti, la medicina rigenerativa. Un settore che permetterà di rigenerare cellule, tessuti ed organi intervenendo direttamente sull’organismo. Attualmente attraverso l’utilizzo della fibrina della seta si realizzano protesi biodegradabili temporanee, o attraverso l’utilizzo di cellule staminali, la riproduzione del tessuto della cornea. L’ingegneria tissutale invece, diversamente della rigenerativa, basa il suo approccio nel realizzare il tessuto esternamente e solo successivamente impiantarlo nell’organismo. La medicina rigenerativa e l’ingegneria tissutale rappresentano comunque, la nuova frontiera della biotecnologia ed insieme rivoluzioneranno la medicina aprendo la strada a nuove cure ed una migliore qualità di vita dei pazienti.

Dunque se con i big data nella nuvola al servizio della genomica ci aiuteranno a sconfiggere le malattie ereditarie e con l’ausilio dei nanofarmaci colpiremo “il male” solo dove servirà davvero.

Utilizzando scaffold intelligenti combatteremo l’osteoporosi e grazie all’ impiego di stampanti 3D faciliteremo i chirurghi negli interventi. Svilupperemo infine cuori ed arterie bioingegnerizzate   per merito dell’ingegneria dei tessuti. Ma bio-tech non è solo medicina.

Fondi di caffè, foglie di tè e gusci di frutta secca saranno la base per i nuovi materiali da costruzione mentre le micro alghe, applicate sulle facciate, sostituiranno i tradizionali impianti di condizionamento.

E sempre dalle alghe del mare, opportunamente sintetizzate si otterrà un nuovo additivo che, aggiunto al carburante diesel, ridurrà notevolmente la produzione di anidride carbonica abbattendo nel contempo i costi energetici.

Da 10 mg. di polpa di pomodoro si possono generare 0,3 watt di elettricità. Risultato da ascrivere al lavoro di ricercatori americani che utilizzando dei batteri per abbattere ed ossidare gli scarti dei pelati, hanno innescato una reazione chimica che a sua volta ha liberato elettroni che catturati in una cella combustibile hanno generato elettricità.

Solo 20 anni sono trascorsi dalla clonazione della pecora Dolly. Appena 50 dal fantascientifico “Viaggio Allucinante”. Nel mezzo del tempo passato tante speranze ben riposte o meno, entusiasmi o anatemi per l’uomo che si avvicina sempre più a Dio.

Pensieri contrapposti che si fronteggiano dove diventa non facile tracciare nuove ed universali linee del limite dell’etica, pesare l’avanzare della ricerca scientifica con i rischi eventuali, per il genere umano. Certo è il dato che attribuisce al nostro Paese un ruolo di successo nella ricerca biotech. Altrettanto certa la considerazione, contrapposizioni a parte, che leggendo il presente non risulta difficile scorgere un futuro dove le nostre vite saranno affidate sempre più alle cure delle biotecnologie; prodotti e processi che studiando e simulando le interazioni della biologia o del sistema umano ci favoriranno nei nostri rapporti con la salute, con l’ambiente o nelle produzioni industriali.

Forse, quel mondo che verrà non vedrà necessariamente solo ombre ma anche luci.

Chissà se come accaduto per il film in bianco e nero “Viaggio Allucinante” del ’66 potremmo aggiungere colore alle nostre vite che a volte di questi tempi ci appaiono un po’ grigie.

E ancora chissà se il tempo nel tempo, non darà ragione a chi già dal 1980 canticchiava: “…c’è tutto un mondo intorno, che gira ogni giorno e che fermare non potrai tu non girargli intorno, ma entra dentro al mondo… evviva evviva il mondo…” Chissà!

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