Abbiamo già trattato nei mesi scorsi l’argomento e non militando nell’esercito, sempre numeroso, di chi gongola creando facili allarmismi, abbiamo voluto riprendere l’argomento dei super batteri resistenti agli antibiotici a seguito delle cifre drammatiche pubblicizzate in questi giorni dalla comunità scientifica e dalla necessità di trovare in fretta soluzione al problema.

Soluzione non è più rinviabile dopo che, nel novembre 2015, la prestigiosa rivista The Lancet Infectious Diseases ha lanciato l’allarme sul cosiddetto “batterio degli incubi”. Ceppo patogeno di Escherichia coli – normale colonizzatore dell’intestino umano – che ha acquisito la capacità di resistere anche agli antibiotici considerati salvavita, come la cosiddetta colistina. Questo microrganismo che, proprio a causa della totale resistenza a tutti gli antibiotici, in alcuni casi può uccidere il 50% delle persone contagiate, è stato individuato per la prima volta in Cina e che nei  mesi scorsi è sbarcato anche negli Usa. Secondo la rivista The Lancet Infectious Diseases, infatti, siamo “sull’orlo di un’era post-antibiotica”.  L’impiego di antibiotici potrebbe essere arrivato quasi alla fine in quanto si rischia di non aver più nulla da offrire. È una situazione in cui rischiamo di non aver più nulla da offrire ai pazienti ricoverati in reparti intensivi, o con semplici infezioni urinarie. La preoccupazione è alta ed ecco perché, la comunità internazionale ha deciso d’intervenire ai massimi livelli. Il tema  infatti, sarà affrontato nella 70esima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il tradizionale appuntamento annuale di settembre dedicato alle questioni di rilevanza globale, in corso a New York. Il presidente dell’Assemblea generale dell’Onu H.E. Mogens Lykketoft ha, infatti, convocato per il 21 settembre al Palazzo di vetro un“meeting di alto livello” sulla resistenza antimicrobica, invitando a partecipare Stati membri, organizzazioni non governative, rappresentanti della società civile, istituzioni accademiche e del settore privato. Uno degli argomenti affrontati sarà come dare completa attuazione al “Global action plan” sulla resistenza antimicrobica dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). “È la quarta volta che l’organismo dell’Onu affronta un’emergenza di salute pubblica”, sottolinea Keiji Fukuda, medico e rappresentate speciale per la resistenza antimicrobica del direttore generale dell’Oms. Prima del 2016, era toccato soltanto all’Hiv, alle malattie croniche e all’epidemia di Ebola.

L’uso sconsiderato degli antibiotici in veterinaria ed in zootecnia nonché all’utilizzo spesse volte improprio quando inopportuno sono le cause principali del fenomeno di resistenza a questi farmaci, dei batteri.

Improprio l’utilizzo clinico, ad esempio per il trattamento di infezioni virali inopportuno per l’uso eccessivo in ambito zootecnico ed ambientale nei mangimi, spesso a scopo preventivo come documentato  di recente dal programma Report nella video-inchiesta di Sabrina Giannini dal titolo “Resistenza passiva”.

Secondo quanto mostrato da Report, l’allevamento intensivo in Italia riguarda 30 milioni di animali, e la stima sull’uso di antibiotici è di 1300 tonnellate, uno dei consumi più elevati d’Europa. Secondo un report dell’Oms del 2015, l’Italia è, infatti, tra i primi cinque posti per consumo di antibiotici.

E, piovendo sul bagnato(!), da recenti indagini pubblicate dalla Commissione Europea nel giugno 2016, condotta su 280000 cittadini europei di cui 1000 italiani, boccia le nostre abitudini figlie di una scarsa conoscenza della efficacia e degli effetti degli antibiotici.

Inoltre, in termini di consumo, siamo tra i primi cinque a livello europeo con il 43%. Facciamo peggio della media europea (34%), e siamo molto distanti dai più virtuosi: i Paesi del nord come Svezia (con il 18%),Olanda (20%), e Germania (entrambi al 23%). Indispensabile, a questo proposito, è la giusta informazione. In Italia, però, solo il 15% dei cittadini ha ricevuto una qualche indicazione, quasi sempre da un medico, sul fatto di non usare antibiotici quando non sono necessari. La media europea è, invece, del 33%. Anche con una vaccinazione maggiore della popolazione, si poterbbe ricorrere meno agli antibiotici.

Nel frattempo non sono stati individuati nuovi farmaci. Ma perché l’industria farmaceutica per tempo non ha prodotto nuovi antibiotici?

Secondo il noto scienziato Mantovani, il capitolo dei nuovi antibiotici è stato messo da parte dall’industria per motivi economici. Ora – sottolinea l’immunologo -, mi sembra che si assista a una ripresa. Ricordando, a questo proposito, che il nostro Paese ha una straordinaria tradizione per la ricerca e la scoperta di antibiotici. La rifampicina, che ha cambiato il significato mortale della  parola tubercolosi, è stata, ad esempio, scoperta in Italia.

L’equazione va tracciata: più informazione e maggiore ricerca, sta ad un migliore e minore utilizzo dell’antibiotico per allontanare quella che al momento non sembra essere una incognita: la previsione di un milione di morti!

Del resto, la comparsa della resistenza agli antibiotici, è un esempio di come opera l’evoluzione in Natura su ogni specie esistente. Come ci ha insegnato Charles Darwin, in presenza di condizioni ambientali mutevoli, la selezione naturale tende a premiare gli organismi più adattati a sopravvivere alle mutate condizioni esterne. Nel caso dei batteri, l’esposizione continua agli antibiotici, premia quindi quei ceppi microbici che sono stati capaci di sviluppare nuove armi per bypassare l’azione dei farmaci.

Speriamo che lL’Assemblea Generale dell’Onu individui soluzioni e strategie, per far sì che questo articolo ma soprattutto le cifre allarmanti in esso contenute se, riletto fra dieci anni, faccia sorridere per un tono preoccupato e che non aveva assolutamente ragion d’essere.

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