Mentre il TTIP per il momento sembra essere stato messo in un cassetto, un altro accordo di libero scambio, anch’esso dall’acronimo terribile, il TiSA -Trade in Services Agreement – sembra minacciare l’umanità.

Il cavallo di Troia – a detta di alcuni – con il quale le multinazionali potranno a breve contrastare le politiche europee volte a promuovere le rinnovabili e tagliare le emissioni.

Le trattative sono quasi al capolinea e a Ginevra è in corso il ventesimo round negoziale. Ma questo allarmismo è giustificato? Non conosciamo nel dettaglio i contenuti del possibile accordo, ma sappiamo che riguarderà i servizi coinvolgendo due miliardi di cittadini, cinquanta Paesi ed il 70% dell’economia del terziario globale. La Commissione europea, assieme agli Stati Uniti e ad altre 21 nazioni, ha cominciato i colloqui ufficialmente nel marzo 2013. Nel settembre dello stesso anno i partecipanti hanno concordato un testo di base. Entro la fine del 2013 la maggior parte dei partecipanti aveva indicato i mercati dei servizi che essi erano disposti ad aprire e in quale misura di trasporti, energia, finanza e molto altro. Da allora, è proprio a colpi di “soffiate” che è cominciato ad emergere pubblicamente l’andamento delle trattative in contrapposizione ai 23 seduti attorno al tavolo che hanno invece concordato di tenere i documenti segreti fino a 5 anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo. Una sfera di interesse in particolare quella dei servizi che ha acquisito un’importanza crescente nell’economia mondiale e che costituisce un elemento centrale dell’economia di ciascun paese dell’UE. L’Unione europea è il principale esportatore mondiale di servizi, un settore che vanta decine di milioni di posti di lavoro in tutta Europa. In totale, oltre 2 miliardi di persone subiranno gli impatti di questo immenso accordo.

I colloqui si basano sulle proposte avanzate dai partecipanti. Il TiSA si prefigge di favorire l’apertura dei mercati e migliorare le norme in settori quali la concessione delle licenze, i servizi finanziari, le telecomunicazioni, il commercio elettronico, il trasporto marittimo e il trasferimento temporaneo di lavoratori all’estero ai fini della prestazione dei servizi. Non è stato fissato alcun termine per la loro conclusione ed i lavori sembra che procedono in maniera soddisfacente.

Il rischio per il sostegno all’energia pulita sarebbe nel TISA il controverso accordo tra UE e altre 22 nazioni che ha come scopo liberalizzare il settore dei servizi. La trappola – denuncia il Guardian che ha visto le bozze riservate del trattato – starebbe nel principio di “neutralità energetica” stabilito dal testo: obbligherebbe i firmatari a mettere sullo stesso piano fonti rinnovabili e fossili, anche se un emendamento esonera dal rispetto del principio il nucleare.

Il documento riservato imporrebbe agli Stati aderenti all’accordo di agire a livello legislativo contro “condotte anti-competitive” e “distorsioni di mercato” nel settore dei servizi energetici. Parole che sembrano riferirsi alle politiche che favoriscono le fonti rinnovabili a scapito delle altre.

Tanto più che si legge che le regole saranno applicate a tutte le politiche riguardanti i servizi di produzione elettrica “sia che la fonte di generazione sia rinnovabile, sia che non lo sia”.

Il testo, ovviamente, concede agli Stati il diritto di regolare i settori energetici, ma i Governi sarebbero tenuti a provare la necessità di eventuali misure che possono discriminare aziende multinazionali.

Una clausola simile, spiega sempre il Guardian, che è stata usata nei trattati GATT e GATS del WTO, entrati in vigore nel 1995, e ha permesso 44 ricorsi da parte di multinazionali contro vari governi (di cui 43 poi ritirati).

“Temiamo che lo stesso possa accadere ma su una scala maggiore con il TISA” – commenta Susan Cohen Jehoram, portavoce di Greenpeace sentita in merito dal Guardian – “il TISA, come il TTIP e il CETA, aumenterebbe il potere delle multinazionali nell’opporsi alle misure governative che servono urgentemente per tagliare le emissioni di CO2”.

Dall’analisi dei testi emerge che il TiSA minaccia direttamente l’ambiente e il clima tramite l’introduzione della «technological neutrality», principio in base al quale tutte le fonti energetiche dovranno essere trattate con lo stesso riguardo. Gli Stati non potranno più, ad esempio, privilegiare il fotovoltaico rispetto al petrolio o l’eolico al carbone. La neutralità tecnologica è stata utilizzata per la prima volta nel 1996 in ambito WTO (Organizzazione mondiale del commercio), ma soltanto nell’accordo sulle telecomunicazioni. Se il TiSA la estenderà a tutto il settore energetico, le ripercussioni saranno pesanti in termini di politiche climatiche.

“In questi testi i combustibili fossili e le rinnovabili sono messi sullo stesso piano”, spiega Federica Ferrario di Greenpeace. “Ma allora come faranno i governi a incentivare le energie pulite? Finiremo per importare energia “vecchia” dagli Stati Uniti, mettendo in cantina l’impegno preso a Parigi per la riduzione delle emissioni”.

Ma non è solo l’allegato sull’energia a suscitare preoccupazioni, anche i testi che riguardano la bozza integrale relativi alla trasparenza dei servizi finanziari e dell’elettronica. Singolare, poi il fatto che l’Europa proponga il massimo impegno comune per la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, mentre Washington non è d’accordo. “Us oppose”, dicono le carte. Ma, rilancia il fronte del no: “…a livello più generale questo accordo, ha l’obiettivo di fornire alle grandi imprese carta bianca per entrare senza più barriere nei servizi pubblici e privati dei Paesi contraenti, le cui economie contano per il 70% del Pil globale.

Questo significa che acqua, istruzione, dati personali, trasporti e molti altri servizi pubblici sono aperti alla concorrenza privata estera.

Inoltre, se il TiSA diventasse effettivo, le misure in esso contenute non potrebbero essere più scardinate o riviste. Le clausole standstill e ratchet bloccanoogni rinazionalizzazione o revisione in senso restrittivo delle liberalizzazioni”.

Mentre il vento del disaccordo soffia sul trattato transatlantico tra Usa e Ue, il “Ttip”, gli attivisti sperano che la bufera investa anche il Tisa.

I contrari puntano il dito anche sull’ingerenza di multinazionali e altri governi nel caso in cui i Paesi volessero cambiare politiche in corso d’opera, oppure rinunciare alla vocazione liberista che caratterizza l’accordo: “Con queste clausole, tornare indietro diventerà un percorso a ostacoli”, dicono. Con Tisa “competition is competition”. Da quel che si legge nelle carte, la globalizzazione di Tisa punta più a ridurre le barriere alla concorrenza che a garantire maggiori tutele per i cittadini. Ma c’è anche chi è preoccupato per la riduzione delle tutele dei lavoratori o per la libertà della rete, di internet. Un campanello d’allarme era arrivato dal critico della rete Evgeny Morozov proprio dalle colonne di Repubblica: per resistere ai giganti del digitale, scriveva, “una nazione deve riconquistare la sua sovranità tecnologica e limitare il flusso incontrollato dei dati, alla base di trattati come il Tisa”. Le notizie trapelate confermano le preoccupazioni: mentre la Svizzera e l’Unione europea invocano il rispetto della privacy, e rivendicano che i nostri dati non possano essere stoccati o processati oltre confine senza garanzie di tutela, intanto gli Stati Uniti chiedono di eliminare le barriere che “trattengono” i dati dentro le frontiere. Tra le pagine, anche qualche frecciatina che rende più vulnerabili la neutralità della rete e la pratica open source. Tanto che l’associazione per i diritti digitali europea Edri puntualizza: “E’ bene stare attenti. Se dovesse prevalere la linea Usa, vacillerebbero la privacy e altri diritti”.

Ed è notizia di qualche giorno fa, che un hacker sopranominato “Peace” è entrato nei server del colosso “Yahoo!”  sottraendo nomi e cognomi indirizzi e-mail e relative password, e chissà cos’altro, di 500 mln. di account!

Le trattative potrebbero concludersi entro l’anno, ma Strasburgo avrà infine la possibilità di bloccare l’entrata in vigore, così come l’accordo dovrà ottenere il consenso dei governi Ue riuniti nel Consiglio. “L’Italia è a favore”, ci confermava qualche giorno fa il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, mentre dal suo gabinetto spiegano: “Crediamo nei vantaggi economici di questo accordo, che è sicuramente di approccio liberista ma può ridurre i costi per i consumatori”. E l’impatto sul mondo del lavoro? “Bisogna ragionare non solo in chiave difensiva ma anche offensiva: pensare ad esempio a realtà come Enel che sono in grado di distribuire servizi negli Usa”. Il dibattito è aperto e come ricorda Alberto Alemanno, esperto giurista che insegna diritto dell’Ue in prestigiose università americane e francesi, “non dimenticate che nonostante la clausola di segretezza di Tisa, anche per questo accordo, come per Ttip, esistono alcune garanzie di trasparenza, come le “reading room”, le stanze in cui i parlamentari di Strasburgo possono leggere l’andamento dei negoziati. L’invito è ai parlamentari europei: senza aspettare il prossimo leak, potete andare da subito nelle “stanze di lettura”, e divulgare i contenuti delle carte.

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