L’attenzione, delle volte maniacale, con la quale tv e stampa ci propongono i fatti di cronaca nera è spesso davvero fuori luogo, fastidiosa.

Aggressioni sessuali, violenze di ogni genere. Omicidi, estorsioni, furti e rapine che ci vengono riversati dal sistema dell’informazione con modalità che sembrano sempre più non voler tenere conto dell’effetto psicologico su chi sarà il destinatario della notizia, dando invece risalto ad aspetti morbosi della vicenda, affrontata con toni sempre più sensazionalistici, quasi una trasposizione mediatica del “Bolero” di Ravel.

Ma siamo tutti convinti che alimentare l’aspetto più morboso dell’opinione pubblica sia giusto?

Costruire sulla notizia di cronaca nera il copione a costo zero sul quale costruire il palinsesto delle trasmissioni: lo “spettacolo”.

Un susseguirsi di resoconti, foto e filmati spesso macabri che ad ogni ora, da tutti i canali, come un fiume in piena si riversa nelle nostre case, nei luoghi di lavoro condizionando i nostri umori, il nostro modo di relazionarci.

Ma chi si relaziona con noi, fruitori della notizia, lo fa in virtù del principio del libero arbitrio e della libertà di stampa, fuori da ogni obbligo?

Allora che senso ha istituire fasce orarie protette per i minori e poi in virtù di un insindacabile diritto di cronaca rappresentare tutto a qualsiasi ora adottando (quando lo si fa) secondo un proprio personalissimo codice etico e/o professionale.

Giorni e giorni d’interviste, sopralluoghi e ricostruzioni. Profili psicologici, criminologi, avvocati e magistrati che su quel fatto di cronaca nera si interessano, analizzano, documentano a cosa servono? A chi servono? Siamo intimamente certi che non si trascenda al sacrosanto diritto di cronaca?

Riteniamo, ovviamente, che vada rappresentata la realtà che ci circonda, senza mettere la testa sotto la sabbia. Ma quella realtà è già di per se‘ cruda e violenta, andrebbe raccontata senza enfasi alcuna. Se invece accade il contrario, in virtù di quale libertà si può farlo stabilendone anche la misura? Raccontare “sopra le righe”, in piena libertà, un drammatico evento, non sempre è sinonimo di garantismo e pluralismo. Anzi, l’eccessiva enfatizzazione di alcuni comportamenti nella società contemporanea può attivare pericolosi fenomeni emulativi: ricordiamoci la vicenda dei sassi dal cavalcavia…non dando più risalto alla notizia, il fenomeno cessò.

L’eccessiva proposizione di fatti di sangue, di violenza, attraverso “la ricerca morbosa del lato oscuro della vita” può far raggiungere lo share desiderato ma è sbagliata.

Profondamente sbagliata perché non rafforza il senso di comunità tra gli individui, creando invece un pericoloso moto individuale di isolamento dell’individuo dal contesto sociale. Ancor più negativa, perché non genera un sentimento collettivo di sdegno e di unione in noi che siamo l’opinione pubblica, ma agisce sulle nostre paure e curiosità individuali assumendo sempre di più una valenza diseducativa.

Siamo usciti dal medioevo, dai tribunali della Santa Inquisizione e dalla caccia alle streghe, ripudiando quel passato. Non intendiamo profanare la libertà dell’informazione, convinti assertori della libertà dell’individuo in tutti i suoi aspetti: anche nel suo diritto d’informare e di essere informato.

Tutto però dentro un ambito etico morale condiviso tra soggetti di pari valenza: tra chi ha il diritto/dovere di informare e di quelli che hanno il diritto di essere informati attraverso modalità condivise.

Che si apra un confronto al riguardo.

Qui non sono in gioco le nostre libertà, men che meno quella di stampa. Come del resto si potrebbe arginare il diritto d’informazione con tutti i mezzi che oggi la tecnologia ci offre?

E’ il contrario: i numerosi ed alternativi canali e/o soggetti di comunicazione sono incontrollabili. La nostra vera libertà allora la eserciteremo pienamente, compresa quella del diritto di cronaca, quando “addetti ai lavori” e destinatari della notizia potranno, attraverso un principio di reciprocità, stabilire come “non dover dare una notizia di cronaca”. Nel caso inverso rischieremo, oggi come nel medioevo, che altri tribunali, stavolta mediatici, stabiliscano qual’ è il limite da assegnare alle nostre paure e con le quali dovere o meno convivere.

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